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Concerti visti solo via smartphone, se ne sono accorti anche gli U2

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Chi ha avuto la fortuna di assistere ai due recenti concerti tenuti dagli U2 a Torino, il 4 e 5 settembre, si sarà di certo reso conto di un aspetto coreografico ormai comune a qualsiasi show rock e non: il tappeto di smartphone puntati verso il palco, a riprendere ogni istante dello spettacolo. Nel caso dei live torinesi degli U2, l’effetto è stato particolarmente evidente lungo i bordi dei due palchi e della passerella che li collegava. La muraglia di smartphone si è alzata intorno alle otto e mezza, all’ingresso di Bono e compagni, e si è mantenuta bella compatta fino al termine dello spettacolo.

Se ne sono accorti anche gli U2, che in un’intervista pubblicata sul blog di Instagram hanno sottolineato un’abitudine che nel nostro paese risulta evidentemente più diffusa che altrove. “I fan, le mamme, le figlie, gli amici”, secondo Bono e il batterista Larry Mullen Jr, “ormai in Italia lo fanno tutti”.

15 U2 SmartphoneMa perché scattiamo tutte queste foto e questi video? Perché decidiamo di rinunciare a vivere pienamente un’esperienza reale (e spesso tutt’altro che comune: gli U2 non suonavano in Italia dal 2010), in favore della sua registrazione – il più delle volte sfocata, mossa, di bassa qualità – su una memoria digitale? Si potrebbe rispondere con un po’ di tecnofilosofia da quattro soldi, ipotizzando che il diabolico oggetto multimediale che ormai teniamo sempre a portata di mano (e il cordone ombelicale wireless che lo lega ai social network) ci stia trasformando, non ci basta più partecipare a qualcosa: dobbiamo fissarne sempre una traccia, ancora meglio se con il nostro bel facciotto in formato selfie, e comunicare in tempo reale al mondo la grandezza dell’evento.

Ma, appunto, si tratta solo di filosofia spicciola che cerca di semplificare una realtà molto complessa, legata all’evoluzione sia della tecnologia che delle consuetudini sociali, i cui effetti sono ormai sotto gli occhi (e gli schermi) di tutti. Qualcosa che va anche oltre al momento plateale dello scatto fotografico e della ripresa video. “Dal palco si nota bene che nei momenti di pausa, quando non c’è molto da vedere, il pubblico si volge immediatamente verso i suoi smartphone, controlla le email, fa altre cose”, aggiunge Adam Clayton, il bassista della band irlandese.

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A onor del vero, va detto che gli U2 non sono semplici testimoni del cambiamento. Almeno in parte, più di altri colleghi, ne sono stati e ne sono complici. Un po’ perché tutti i loro tour degli ultimi venticinque anni hanno giocato molto sull’impatto delle tecnologie di comunicazione e sul ruolo primario – dilatato in dimensioni sempre più mastodontiche – degli schermi e delle immagini. Lo stesso tour del 2015, pur portato negli spazi più intimi dei palazzetti, è caratterizzato da un immenso schermo che in un certo senso “obbliga” lo spettatore smartphonizzato del XXI secolo a scattare almeno una fotografia. C’è poi un momento del concerto in cui Bono fa salire sul palco una spettatrice ed è lui stesso a consegnarle un telefonino, chiedendole di riprendere la band: le immagini vengono trasmesse in diretta sul megaschermo e via Meerkat su Internet. Il fatto poi che l’intervista citata in questo articolo sia pubblicata sul blog di Instagram, cioè un servizio che si alimenta proprio delle immagini scattate con lo smartphone e condivise su Internet, aggiunge un ulteriore elemento di ironia, contraddizione e certificazione della realtà in cui viviamo.

I194306685-0aa635d7-cceb-46be-8309-cc641826c747nsomma, è una materia molto complicata. Più facile da osservare, criticare, discutere, che da risolvere concretamente. D’altronde, qual è il numero giusto di fotografie da scattare a un concerto? Una, nessuna, centomila? Chi lo decide? Qual è il limite che separa il legittimo desiderio di un ricordo personale dall’atteggiamento molesto e maleducato nei confronti degli spettatori che ti circondano (e degli artisti stessi, che iniziano a lamentare la variante selfie del fenomeno: il fan che volta le spalle al palco per comparire nelle foto)? Scivolando nella psicologia, che senso ha che i tuoi dispositivi ricordino uno spettacolo che tu hai rinunciato (almeno in parte) a guardare? C’entra, oltre al citato bisogno di comunicare al mondo la propria esistenza, l’inconscio terrore di dimenticarsi ciò che si è vissuto? E si tratta di un’abitudine destinata a durare negli anni a venire o che, come dice Bono, “scomparirà quando la gente si stuferà dei propri gadget?”

Difficile rispondere. Mille altre situazioni contemporanee ci insegnano quanto sia automatico puntare il dito contro il comportamento di altre persone e quanto sia terribilmente arduo resistere alla tentazione di ripetere lo stesso comportamento, sulle ali dell’istinto e della facilità di utilizzo dei moderni dispositivi tecnologici (ovviamente, trovando poi il modo di auto-giustificarsi). A questo proposito, chi scrive si limita a confessare la propria esperienza personale rispetto all’evento in questione: a giudicare dalla memoria del mio smartphone, il 4 settembre dal parterre del PalaAlpitour ho scattato una ventina di foto, più o meno equamente divise tra le prime due canzoni, la fase centrale (le proiezioni sullo schermo) e i brani suonati sul palco piccolo. Poche? Tante? Nella media? Non saprei. Quello che conta è che sono le preziose testimonianze della prima volta in vent’anni in cui sono riuscito a vedere un concerto degli U2 senza bisogno di un binocolo. E francamente sono orribili. Per fortuna, l’amico con cui ero al concerto ne ha scattate di migliori e mi ha passato le sue. Ecco, forse una prima riduzione del problema potrebbe derivare dalla consapevolezza che è meglio lasciar scattare le foto-ricordo all’amico più bravo. Sarebbero già un bel po’ di schermi in meno (e anche dal tribunale della Chiesa della PRC si potrebbe uscire con una pena moderata, in fondo l’amico stava al tuo fianco: due tweet e due status Facebook di penitenza). In quanto ai video, non ne ho registrati, evitando agli spettatori dietro di me la tortura di trovarsi la visuale ridotta dal mio smartphone tremolante per un’intera canzone. Ma appena tornato a casa sono andato su YouTube a guardare quelli registrati dagli altri fan. Magari proprio dagli stessi che durante il concerto ho maledetto perché mi stavano ostruendo la visuale. In effetti, è una questione complicata.

Fonte: La Stampa

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